di
Emilio Garofalo
Il commentario politico che, a più riprese e da più fronti, sta raggiungendo il bersaglio della giunta Valla, inerte di fronte ad un’indignazione aspra e quanto mai lecita nei giorni confusi di un’ inettitudine politica senza precedenti, somiglia sempre più ad un accanimento nei confronti della povera “Croce rossa”.
Tant’è che risultano, come detto, giustificati sì il commento e l’eventuale, conseguente dibattito (risalgono a questi giorni i proclami dell’associazione Il Ponte, che intende perseguire proprio tale obiettivo) ma, al tempo stesso, il barcone che affonda porta inevitabilmente a riflettere sulla validità delle scialuppe che devono, se non evitare, per lo meno arginare il disastro.
Tuttavia, nulla ci si chiede, nelle frenetiche ore in cui si registra l’agonia della compagine di governo, in merito all’alternativa. Non v’è margine di discussione circa l’opposizione, libera, così, di compiacersi delle sconfitte altrui e, camaleonticamente, di passare inosservata nella landa desolata dell’inefficienza politica.
Il centro sinistra, o solo il centro o solo la sinistra, si fa sempre più fatica ormai a capire quali siano le forze in gioco contrapposte ad una destra scellerata e affogata nel mare di una politica dilettantistica, che lentamente sta assistendo al suo (e con esso al nostro) disastro.
Le grottesche esternazioni di uomini che, a seguito di trasloco di cariche e ruoli e di prodighi ritorni all’ovile, si ritrovano, grazie a quella che fu un’ ammaliante intraprendenza in sede di campagna elettorale e al contempo alla nostra assonnata inefficienza di elettori, a governare l’incolta terra bitontina, sono controbilanciati da sterili episodi di critica dovuta, inefficaci e, quindi, inutili, messi in atto da una sinistra in frantumi, che cerca gloria nei fantasmi del passato e non guarda al domani.
Che insegue le linee guida dettate dalla vecchia guardia, che, vecchia com’è, mira ormai solo ad un poliziesco controllo dell’ordine costituito, offrendo una manciata in ingannevoli illusioni alle nuove leve di attivisti, isolati e mandati allo sbaraglio nelle sedi dei partiti giovanili, senza proposte, senza idee, a ripetere in coro vecchi ritornelli, programmatici e retorici.
In questi giorni tristi, sono tutti impegnati tutti nella, seppur sacrosanta, analisi delle vicende legate al tecnicismo gestionale (bilanci, conti in rosso, mantenimento del patto di stabilità, decreti ingiuntivi che piovono dal cielo come asteroidi distruttivi) e gli esponenti di maggioranza, così come quelli dell’opposizione, lentamente sono andati distraendosi dalla riflessione politica reale.
Girare per le strade bitontine significa indignarsi ad ogni passo, perché con strafottente oggettività balzano agli occhi angoscianti episodi di trascuratezza. Ciò che duole, in questo amarissimo palcoscenico dove quotidianamente vanno in scena miserevoli storie, è la natura bipartisan della noncuranza politica.
Al punto che le speranze di miglioramento, ancora una volta, devono provenire da fonti apolitiche, le quali, bontà loro, devono anche pararsi i fianchi dal contrattacco editoriale che spesso li colpisce.
Certo, nulla è chiaro, ancora, in merito a quanto i giovani riuniti vogliano fare e, com’è giusto che sia, le semplici dichiarazioni di intenti non sono sufficienti a sgomberare il campo da maligni dubbi.
Tuttavia, tra la voce di una gioventù interessata alle vicende del suo territorio, alla sopravvivenza dell’etica politica, che parla, in modo del tutto inaspettato per la cultura contemporanea, di nuove regolamentazioni, e il gracido coro dei soli noti, degli opportunisti, dei voltagabbana, dei politici improvvisati e degli amministratori fai-da-te che hanno sostituito le mani al confronto verbale, l’insulto allo scambio di idee, naturalmente la scelta risulta scontata.
Sperando, certo, che non si tratti del solito “meno peggio”, un tirare a campare, un’ennesima vigliaccata per propagandare fini personalissimi, ai danni di chi, deluso, non sa più che pesci pigliare per salvare ciò che di più caro ha, o almeno dovrebbe ritenere d’avere: il suo paese.
La brutalità del comando non sempre è causato dall’arroganza di chi è al potere. Può accadere che dipenda dalla passività di chi dovrebbe contrastarla, così come può trovare terreno fertile nella trascuratezza dell’opposizione. L’altra faccia della vergogna, con le stesse, identiche responsabilità del disastro.
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