Il nostro "fardello"

Luce sulla Bari romana, contributi di Custode Silvio Fioriello

L’archeologo bitontino firma una pubblicazione a più mani

Cultura
Bitonto giovedì 12 ottobre 2017
di Marino Pagano
Particolare della copertina di
Particolare della copertina di "Bari romana" © n. c.

Interessante novità di ricerca destinata a fare il punto su una delle questioni storiografiche e archeologiche che più interroga da sempre studiosi e specialisti, ambito di ricerca costretto a confrontarsi, in questo caso, con limitate disponibilità documentali.

Ci riferiamo alla Bari romana, alle sue precipue caratteristiche storiche, topografiche, archeologiche, artistiche ed epigrafiche. Un territorio e una storia che non possono non interessare, per ovvie ragioni, la nostra città.

A dare il proprio influente contributo alla ricerca è anche uno studioso bitontino assai apprezzato, Custode Silvio Fioriello, detentore di vasta bibliografia su temi archeologici legati alla storia antica della Terra di Bari e di Puglia, ricercatore di Archeologia classica e docente di Metodologie della ricerca archeologica all’Università di Bari e in più attivo da molti anni al Centro Ricerche. È direttore editoriale di Studi Bitontini.

Fioriello firma due ricerche nel saggio a più mani dal titolo "Bari romana", a cura di Luigi Todisco, edito dalla casa editrice L'Erma di Bretschneider.

Di Todisco l'introduzione al volume e poi il primo saggio, occasioni per un riassuntivo assetto su quello che attualmente è lo stato dell'arte della ricerca. Riferimenti soprattutto alla confermata vocazione commerciale e mercantile di Bari. Cenni anche sull'assetto urbanistico e necropolare del centro, vera questione ancora irrisolta e controversa, arricchita delle acquisizioni legate all'archeologia urbana.

Tra gli studi più noti sulla Bari romana doveroso citare i contributi di Ida Baldassarre (“Bari antica. Ricerche di storia e topografia”, 1966), Franco Porsia-Marcello Petrignani (“Bari. Le città nella storia d'Italia”, 1982) e Giuseppe Andreassi-Francesca Radina (“Archeologia di una città. Bari dalle origini al X secolo”, 1988). A quello iniziale di Todisco seguono i due contributi di Fioriello, rispettivamente su “Bari nella Puglia centrale in età romana” e “Disegno urbano”. I lavori fanno il punto sul ruolo in era romana dell'area barese, con attinenza alla pregnante e ancora influente eredità peuceta.

Fioriello arriva poi a delineare il tratto prettamente urbanistico della Bari romana, municipium dopo la guerra sociale, con ascrizione dei cittadini alla tribù Claudia, dato confermato in anni recenti anche da rinvenimenti di elevato interesse. Notevoli poi le testimonianze appurate grazie al superstite patrimonio epigrafico, ma anche numismatico.

L'analisi dello spazio urbano è però "problematica e difficile, in quanto la documentazione archeologica è esigua e discontinua", scrive l'autore. Ampie infatti le lacune, nonostante l'emersione di alcune realtà grazie a recenti scavi in occasione di restauri a monumenti medievali.

Notizie degne di rilievo arrivano però dallo studio del particolare ruolo ricoperto dal porto e poi dal legame con l'importante Caelia, l'odierna Ceglie. Diversi i ritrovamenti in questo senso.

Anna Mangiatordi, terlizzese, dottore di ricerca alla Federico II di Napoli in Scienze archeologiche e storico-artistiche e tra l'altro consorte del nostro Fioriello, approfondisce gli aspetti del territorio barese, con riferimento al tracciato delle vie di collegamento che interessavano la città.

Due le arterie: la strada che conduceva proprio a Ceglie e a Taranto, verso Sud, e la Minucia-Traiana che raggiungeva e univa la zona costiera adriatica. Non mancano notazioni, anche di carattere geologico, sugli aspetti legati al territorio e al suolo barese.

Arriva poi un saggio ancora di Todisco. Il docente si sofferma sui monumenti, con ampia trattazione relativa al reimpiego medievale di materiale romano, in primis negli edifici di culto, si pensi ai capitelli.

Citata anche un’iscrizione su lastra marmorea, rinvenuta nel soccorpo della cattedrale di San Sabino, sotto il mosaico pavimentale paleocristiano. L'epigrafe, datata al II secolo d.C, richiama l'erezione di una statua dedicata ad un augustale (addetto cioè all'organizzazione del culto al divo Augusto) da parte dell'ordine dei decurioni. Siamo in uno degli antichi spazi pubblici più importanti, forse il foro.

Diversi materiali scultorei romani, inoltre, potrebbero essere giunti a Bari da Canosa ma forse anche da Roma o dall'Oriente, grazie a normanni e benedettini.

Poche invece le testimonianze legate immediatamente ai culti, che sicuramente a Bari, come in tutti i municipia, non mancavano. Emblematicamente esiguo su questo un altro contributo di Todisco. La presenza di culti è d’altra parte in qualche misura confermata dall'attestata augustalità del municipio.

Ma dai peuceti ai romani, regge una certa stabilità: Bari conserva intatto e solido il suo nome, a volte indicato anche al plurale, Bariae, toponimo segno di riconoscibilità anche nello stesso ambiente romano.

Spiega bene questi passaggi il settimo contributo, a firma di Gianluca Mastrocinque, ricercatore di Archeologia classica e docente di Archeologia dei paesaggi di età greca e romana a Bari. Il saggio riassume gli aspetti più significativi della realtà sociale ed economica della Bari romana. Ricorrente, nelle iscrizioni epigrafiche, il rimando ai fundi, estesi possedimenti terrieri ai cui proprietari sicuramente giovava la presenza del porto così da poter commerciare i locali prodotti agricoli.

Esistente infine a Bari un’élite che trovava in giovani equestri o in ricchi augustali e liberti in ascesa sociale alcuni tra i suoi esempi meglio documentati.
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