Chiesa Conventuale di S. Francesco D’assisi o della Scarpa

Chiese, strade e piazze storiche, monumenti, palazzi ed edifici storici, insediamenti rupestri.

a cura di Liliana Tangorra
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La chiesa di San Francesco della Scarpa è inserita nel cuore del borgo antico, dove sorgeva l’antico castrum romano (la parte più alta della città), l’edificio appare subito come un vero gioiello d’arte .

La sua fondazione risale al 1283, quando Sergio Bove fu invitato da Carlo D’Angiò ad avviarne i lavori. Nel 1284 la chiesa venne consacrata dal vescovo Leucio, a cui probabilmente appartiene una lastra sepolcrale con effige di vescovo riutilizzata come architrave della finestra absidale, e vi si stabilirono i Francescani. Questi qui costruirono il convento di cui si conserva un chiostro quattrocentesco annesso all’attuale Seminario vescovile. In seguito, il convento fu ampliato e costruito un altro chiostro. L’originaria struttura della chiesa a navata unica, abside e copertura a capriate cominciò a subire trasformazioni dal momento in cui si incominciò a corredare la chiesa di cappelle gentilizie e di luoghi deputati alle sepolture, altari cinquecenteschi e di altri elementi rinascimentali.

Nei secoli XVI e XVII, il convento fu sede provinciale dei minori conventuali con noviziato; ebbe cattedre di lettere, filosofia e teologia. Nel 1734 fu destinato ad ospedale militare e accolse i feriti della battaglia di Bitonto tra Spagnoli e Austriaci.

I Conventuali ebbero l’opportunità di rimanere nel convento fino al 1866, quando la comunità religiosa fu definitivamente soppressa e nonostante i decreti di Murat.
Nella chiesa furono operati, nel 1842, degli immediati interventi per il rafforzamento delle coperture, cosa a cui si provvide con un discutibile intervento, che propose la sostituzione delle antiche capriate con coperture a cupola.

Dopo un trentennio di abbandono e di interventi di restauro mai completati da parte degli organi statali, la chiesa nel 1994 fu affidata al Centro ricerche di storia e arte di Bitonto, il quale ha provveduto a completare i restauri e ad aprirla al pubblico, rendendola sede di una intensa attività culturale.

La facciata è l’unica parte dell’edificio rimasta praticamente intatta, in stile tardo romanico si erge su una scalinata che serve a dare la dimensione di fermezza e solennità all’edificio. Essa è racchiusa da una fascia a spirale che, partendo dal portale e girando sullo zoccolo, percorre i margini della chiesa per raggiungere la parte più alta, la cuspide. Ben si equilibrano con la facciata le strutture che la affiancano: a sud un grande cappellone cinquecentesco costituito da un cubo con una cupola addossata, a nord il seicentesco campanile ripartito in tre piani con cupola piramidale a bulbo.

Il portale di forma rettangolare termina con un arco acuto compresso; ha gli stipiti con cornici scanalate, decorati all’estremità. Il doppio archivolto è ricamato con foglie e pigne: quello superiore poggia su lesene, l’altro su colonnine con capitelli. Nella decorazione figura spesso il bue, simbolo della famiglia Bove.
La trifora, in asse con il portale, poggia su esili colonne ed anima la facciata liscia della chiesa; è contenuta in un grande arco ellittico a sesto acuto. Più in alto si nota una finestra databile al Cinquecento che sostituì l’antico occhio strombato. Elementi di monofore strombate si notano anche sulla facciata sud.

Abbiamo già accennato al campanile seicentesco sul quale si può leggere un’iscrizione: SANCTUS IMMORTALIS, SANCTUS DEUS FORTIS, MISERERE NOBIS.
L’interno è costituito da un’aula rettangolare di notevoli dimensioni. Alcuni affreschi si possono notare nel primo cappellone a destra; rappresentano la Vergine col Bambino e S. Francesco. Altri stanno venendo alla luce grazie ai restauri e forse fanno parte dell’antica chiesetta di S. Maria Maddalena inglobata dall’attuale.
La chiesa è ricca di buoni altari cinquecenteschi. In essi erano conservate pregevoli opere lignee dipinti di Leonardo Corona, Gaspar Hovic, Carlo Rosa; tali opere, ora, sono conservate nella Pinacoteca vescovile.
Un grande arco ogivale divide l’aula dal presbiterio in cui si ammirano alcune sculture tardo medioevali, resti dell’arredo marmoreo della chiesa e dei sepolcreti di Sergio Bove, di Giacomo Rogadeo e del vescovo Leucio.

La sacrestia oltre ad ambienti che si affiancano a destra, comprende due vani settecenteschi, uno dei quali è arredato con armadi incassati nel muro che servivano alle confraternite. Da mensionare sono anche i portali d’ingresso dal chiostro nella sagrestia e nella chiesa. Il primo è del XVIII secolo con originali stipiti che sono ad orecchio d’asino, il secondo, contemporaneo all’edificio originario non più utilizzato, ha l’arco acuto compresso. I capitelli sono scolpiti ad ovuli, mentre un motivo a foglie gira intorno all’arco. Nei timpano è un affresco bizantineggiante della Vergine col Bambino.

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