"L’amore di Cristo ci tiene uniti"

“Charitas Christi urget nos”, il motto del neo vescovo Ciccio Savino

Descrizione e interpretazione telogica

Attualità
Bitonto lunedì 16 marzo 2015
di La Redazione
Lo stemma del vescovo Francesco Savino
Lo stemma del vescovo Francesco Savino © Fondazione Santi Medici Bitonto

Don Ciccio Savino, neo vescovo di Cassano allo Jonio, ha scelto lo stemma che lo rappresenta.

Secondo la tradizione araldica ecclesiastica cattolica, lo stemma di un vescovo è tradizionalmente composto da: uno scudo (può avere varie forme e contiene simbolismi tratti da idealità personali o da tradizioni familiari, oppure da riferimenti al proprio nome, all’ambiente di vita o ad altro); una croce astile a un braccio traverso, in oro, posta in palo, ovvero verticalmente dietro lo scudo; un cappello prelatizio (galero) con cordoni a dodici fiocchi, pendenti, sei per ciascun lato (ordinati, dall’alto in basso, in 1.2.3., di colore verde; un cartiglio inferiore recante il motto, scritto abitualmente in nero.
La croce astile è di tipo “trifogliato”, gemmata con cinque pietre rosse che richiamano le Cinque Piaghe di Cristo.
Descrizione araldica (blasonatura) dello scudo del vescovo Savino: “Inquartato d’azzurro e d’argento; nel 1° alla stella (8) d’oro; nel 2° a un ramo di ulivo e di palma di verde posti in decusse; nel 3° al cesto contenente cinque pani e due pesci posti uno in sbarra l’altro in banda al naturale; nel 4° alla colomba volante e rivoltata d’argento”
Il motto: "Charitas Christi urget nos" (2 Cor 5,14).
Interpretazione dello Stemma: la stella a otto punte è il simbolo di Cristo, la luce che irradia le nostre vite, la Stella del Mattino secondo 2 Pt 1,19 e Ap 22,16.
L’ulivo simbolo di pace, richiama anche la città di origine di Mons. Savino, Bitonto, nel territorio di Bari, dove il Vescovo, fin dalla sua ordinazione è vissuto ed è stato Parroco e Rettore del Santuario dedicato ai Santi Medici Cosma e Damiano, il cui martirio è rappresentato dalla Palma.
Il cesto con i cinque pani e i due pesci si rifà al miracolo della moltiplicazione (Mc 6,30-44 e paralleli) effettuato da Gesù per sfamare la moltitudine di gente accorsa per ascoltarlo. La tradizione cristiana riprende questo evento per sottolineare il tema della condivisione (“Voi stessi date loro da mangiare” - Mc 6,37), propedeutico all'Eucaristia.
La colomba incarna sia il significato della pace, sia lo Spirito Santo, disceso su Gesù al Battesimo; è rappresentata nella foggia delle colombe che, in stormo, appaiono sulla facciata dell'Hospice-Centro di Cure Palliative “Aurelio Marena” fondato da Don Francesco.
L'azzurro è il simbolo del cielo e indica l’ascesa dell’anima verso Dio, mentre l’argento è il colore della trasparenza, e allude alla purezza della Beata Vergine, alla cui protezione materna monsignor Savino affida il suo nuovo ministero pastorale.
Interpretazione Teologica del motto*
«Charitas Christi urget nos» (2 Cor 5,14)
Non riusciremo mai a definire l’amore, tanto meno quello cristiano: possiamo soltanto descriverlo, con le tante parole che nella storia umana abbiamo raccolto e utilizzato. Già Clemente di Roma scriveva ai Corinzi: “Considerate quanto sia grande e meraviglioso l’amore, o carissimi, e come sia impossibile spiegarlo esaurientemente” (Lettera ai Corinzi 50). Forse per questo, Paolo parlando dell’amore di Cristo dice synechei (v. 14), un verbo che nella lingua greca assume diverse accezioni e che non possiamo ridurre ad una.
L’amore di Cristo ci “tiene uniti” (è il significato più letterale del verbo), quando è a repentaglio la nostra armonia interiore e rischiamo di essere sopraffatti dalla disperazione; ci “sostiene” di fronte alle povertà e alle debolezze della natura umana; ci “guida” nelle scelte, soprattutto quelle evangeliche, alle quali dobbiamo dare priorità; ci “sospinge” (“urget”, è la traduzione preferita dalla versione latina della Vulgata di S. Girolamo) nel servizio da compiere nella Chiesa e nella società del nostro tempo; ci “abbraccia” con la sua fedeltà, anche di fronte all’esperienza drammatica del peccato; ci “stringe” a lui per la delusione della povertà dell’amore umano; ci “travolge” con la sua forza rispetto alla fragilità del nostro amore per lui; ci “reclama” quando ci cerca ovunque e in qualsiasi situazione ci troviamo lontani da lui; ci “sequestra” quando ci vuole tutti e desidera tutto di noi per lui; e soprattutto ci “tormenta” con la richiesta fondamentale e rivolta a tutti che “non viviamo più per noi stessi ma per lui che è morto e risorto per noi”. L’amore di Cristo per noi è una ferita sempre aperta, dalla quale si produce una febbre che non ci abbandona mai!
Così, ci troviamo davanti ai due versanti fondamentali dell’amore che Cristo ha per noi: quello positivo del tenerci insieme e dell’abbracciarci; e quello negativo del “tormentarci” quando siamo colti da forme distruttive di egoismo che portano a reclinarci su noi stessi e a non credere all’amore. Comunque, ciò che conta e che occupa il primo posto non è il nostro amore per Cristo (valore soggettivo del genitivo “l’amore di Cristo”), bensì il suo amore per noi che resta fedele, nonostante tutto (valore oggettivo).
Semplice e profonda è l’Absorbeat di S. Francesco d’Assisi: “Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato morire per amore dell’amore mio”1.
Sarebbe riduttivo e pericoloso se la nostra relazione con Cristo fosse fondata sul nostro amore per lui: è un amore troppo altalenante, periodico, diremmo a singhiozzi; e ci porterebbe a non sentirci amati. Al contrario, è l’amore che Cristo nutre e alimenta per noi che rappresenta il centro di gravità della nostra esistenza umana e cristiana: quell’amore che tormenta e spinge a lasciarci riconciliare con Dio e con i fratelli.
Così scriverà Søren Kierkegaard: “Sono convinto che Dio è amore (1Gv 4,8): questo pensiero ha per me un valore lirico originario. Quando esso mi è presente, mi sento indicibilmente felice; quand’è assente ne sento una nostalgia più veemente di quella dell’amante per l’oggetto del suo amore; ma io non credo, questo coraggio mi manca. Per me l’amore di Dio, sia in senso diretto come in senso inverso, è incommensurabile con tutta la realtà”2.
*L’interpretazione qui riportata è stata richiesta da monsignor Savino al biblista monsignor Antonio Pitta
1 Francesco d’Assisi, “Preghiera «Absorbeat»”, in Fonti Francescane, 182.
2 S. Kierkegaard, Timore e tremore, Rizzoli, Milano 31993, 55.

Lascia il tuo commento
commenti