L'intervista all’assessore regionale alla Sanità

Lopalco in diretta LiveNetwork: «Per convivere col virus serve stop and go»

La scuola come luogo di contagio? «I dati lo dicono chiaramente: proporzione di crescita dei contagi doppia nei più piccoli»

Attualità
Bitonto venerdì 20 novembre 2020
di La Redazione
Intervista a Lopalco
Intervista a Lopalco © CoratoLive.it

«La convivenza con il virus si può fare solo con queste misure di “stop and go”, fermarsi, far raffreddare la curva, far riprendere il sistema sanitario affinché gli ospedali si svuotino e possano accogliere anche i malati non Covid, e poi riaprire». È questa, secondo l’assessore regionale alla Sanità Pier Luigi Lopalco, la “ricetta” per combattere il Covid-19.

Lo ha detto ieri ai microfoni del LiveNetwork.it, intervistato dai giornalisti Pasquale Caputi e Lucia Olivieri.

In queste ore il Governo sta decidendo se la Puglia diventerà zona rossa. Come vanno letti i dati del contagio emersi in questi giorni?
«I numeri sono notevoli, oltre 1000 casi in un giorno, ma tutto sommato confortanti. Chi segue l’andamento dello stillicidio giornaliero dei numeri sulle positività sa benissimo che in genere a metà settima si registra il numero più alto; nel fine settimana il rilevamento dei dati è più lento, per questo il lunedì, e a volte anche il martedì, abbiamo qualche caso in meno rispetto alla media settimanale. Il dato si stabilizza nelle giornate centrali della settimana: ci conforta prima di tutto l’aver eseguito (sia ieri che oggi) un numero di tamponi di tutto rispetto (siamo tra i 9mila e i 10mila) e poi l’aver registrato uno stesso numero di nuovi casi».

I dati di oggi potranno condizionare le scelte del Governo? Cosa ne sarà della Puglia, resterà zona arancione o diverrà rossa? O si andrà verso una soluzione intermedia?
«Sicuramente sì. Se andiamo a vedere i dati della Regione Puglia la identifichiamo nella situazione della zona arancione. La valutazione del colore si basa essenzialmente sull’rt, l'indice di trasmissione nazionale: con un valore di 1,5 si hanno tre contagi ogni due persone positive, la curva cresce rapidamente; fino a quando il valore è superiore a 1, la curva continua a salire. In Puglia, attualmente, siamo tra 1 e 1,5. Oltre all’indice rt, ci sono circa altri 20 parametri che servono a determinare il colore da assegnare alla Regione.

Non tutta la nostra Regione è partita con curve di contagio sincrone, questo ci ha portato a chiedere di fare delle valutazioni diverse da provincia a provincia. In quelle del nord c’è un’impennata maggiore, per questo vorremmo che lì (Foggia e Bat) venisse individuata la zona rossa mentre nelle altre province in cui stiamo assistendo ad un rallentamento si potrebbe mantenere la zona arancione».

Tantissimi pugliesi si chiedono se, considerando l’osmosi tra le varie province, questa distinzione non possa essere un messaggio sbagliato. Non sarebbe meglio seguire un percorso unico?
«Già adesso non si esce più da un Comune all’altro, se non per comprovati motivi. La mobilità tra Comuni è già limitata. La zona arancione sta facendo vedere i suoi effetti ma non ovunque, meno nelle zone più settentrionali della Puglia. Per questo abbiamo pensato ad ulteriori restrizioni.

Il colore non è una pagella data alle regioni o alle province, è una valutazione del rischio. Il virus circola in maniera diversa in base a tanti fattori, in basse alla densità di popolazione, alle condizioni ambientali, al momento in cui il virus è entrato in quella zona.

Avete pensato al perché la Lombardia e il Veneto sono state così colpite anche in questa seconda ondata? Ci si aspettava l’immunità invece quando il virus si insedia in una popolazione, riprende forza nella seconda ondata ed è peggio di prima: è successo anche in Puglia, ci sono tanti casi proprio nelle aree più colpite nella prima ondata. Probabilmente lì esistono delle condizioni locali per cui il virus circola più facilmente. Il colore non è un’onta, è una valutazione oggettiva».

Si va nella direzione della zona rossa? O si può iniziare a pensare al rallentamento della pressione?
«Il meccanismo per l’assegnazione dei colori è standardizzato dal Governo: il giovedì vengono preparate le tabelle con tutti gli indicatori inviti dalle regioni il mercoledì; oggi in serata (ieri, ndr) dovremmo riceverli dal Ministero e condividerli con loro. Domani (oggi, ndr) dovrebbero essere comunicate le nuove indicazioni; la nostra è una situazione da zona arancione con tendenza verso il rosso delle province della Bat e di Foggia.

Se il rallentamento dovesse essere confermato, dovremmo avere altre due settimane di pressione per il sistema sanitario e subito dopo la situazione dovrebbe essere alleggerita, spero entro fine mese.

Guardando avanti ritengo che nei mesi invernali sarà necessario avere pazienza; chiusure brevi ma pesanti e ai primi segnali di recupero si potrà riprendere. Sono convinto che in primavera questo incubo finirà, nella speranza di avere il vaccino».

Medicina territoriale in affanno, ritardo per i tamponi, difficoltà del contact tracing, sistema sanitario in grandissimo affanno. Neo laureati inseriti immediatamente nelle strutture ospedaliere. Come se ne esce? Dove sono i tracciatori?

«I tracciatori stanno firmando i contratti, tutto secondo i tempi previsti dalla protezione civile, ma attenzione: è poca roba rispetto a quello che abbiamo già fatto in termini di assunzioni. In Puglia abbiamo assunto “tutto l’assumibile”, proprio perché c’era da colmare un gap che non abbiamo inventato noi. Non c’erano medici ed infermieri da tempo, a causa dei tagli sulla spesa fatti in passato su assunzioni e sanità. Le Regioni del sud negli anni sono state le più penalizzate.

In queste settimane ci sono stati casi di infermieri che hanno firmato il contratto di lavoro il giorno dopo aver conseguito il titolo. Ci sono le rsa, le residenze assistenziali per gli anziani che non hanno più infermieri. I nostri bandi, da 12 o 24 mesi, sono stati preferiti dal personale rispetto alle strutture sanitarie private.

Non stiamo parlando di ritardi nell’organizzazione, manca il personale. L’unica soluzione è cercare di bloccare il contagio a monte, le persone devono restare a casa. Le malattie no Covid non vanno in vacanza e hanno bisogno di essere curate».

Questione scuola. Ci si divide fra vorrebbe solo la didattica a distanza e chi vuole tornare in classe. Cosa ne pensa?
«Il tema è complicato. La didattica a distanza comporta dei disagi enormi, non è una decisione da prendere a cuor leggero. Molte scuole hanno la connessione internet non adeguata, idem alcune famiglie in cui a volte mancano anche i dispositivi. La didattica a distanza in toto non può sostituire la didattica in presenza, spesso di parla di didattica integrata. Una dad di lungo periodo potrebbe essere deprimente per i ragazzi oltre a trasformarsi in un problema per i genitori che lavorano, per questo c’è sempre una forte resistenza ad attivarla.

C’è anche poi una questione ideologica: lo sappiamo bene che la dad non può sostituire la scuola in presenza, avevamo pensato ad alcune settimane. Io avevo proposto di iniziare con la didattica a distanza e poi magari restare con le scuole aperte un mese in più, fino a luglio o anche ad agosto. Per una volta, vista l’emergenza, uno sforzo del genere poteva essere chiesto al mondo della scuola».

Quale è la prospettiva? Il 3 dicembre si potrà tornare in classe?
«Per il Ministero cambia poco tra zona arancione e zona rossa dal punto di vista della frequenza scolastica. È il motivo per cui noi abbiamo deciso di intervenire su quello, riteniamo che così le restrizioni possano durare di meno. Se le chiusure selettive fanno calare i contagi, si potrà tornare in presenza.

La scuola è senza dubbio un luogo in cui i contagi possono avvenire. Nelle scuole dell’infanzia e in quelle elementare le mascherine sono una chimera. Nelle scuole superiori, magari in classe si sta con la mascherina – che è un pezzettino della prevenzione - ma fuori molto spesso no, in autobus magari.

In Puglia su 4milioni di persone abbiamo mezzo milione di studenti e decine di migliaia di operatori scolastici, tra docenti e personale che si incontrano a scuola: perciò tutte le famiglie, direttamente o indirettamente, si incontrano e si moltiplicano le occasioni di contagio.

I dati lo dicono chiaramente: se analizziamo la curva del contagio in base alla classe di età e distinguiamo tra le persone maggiori di 18 anni e i bambini-ragazzi dai 6 ai 18 anni, vediamo che la proporzione di crescita è stata doppia nei più piccoli. Come mai è avvenuto? È un caso che sia avvenuto dopo l’apertura della scuola? Non possiamo non chiedercelo».

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