Una storia di omofobia

Licenziata perché transessuale. La vicenda di Anita Giordano

È​ quanto successo alla ragazza bitontina, discriminata e cacciata dal ristorante per cui prestava servizio

Cronaca
Bitonto lunedì 03 giugno 2019
di La Redazione
Anita Giordano
Anita Giordano © n.c.

Discriminata e licenziata perché transessuale. È quanto successo ad Anita Giordano, una trans bitontina cacciata dal ristorante per cui prestava servizio come lavapiatti solo perché transgender.

A raccontare la sua storia è ArciGay Bari, dove la giovane si è rivolta per avere un po' di conforto e protezione per l'ingiustizia subita.

"In questi mesi abbiamo supportato una ragazza discriminata sul posto di lavoro perchè transessuale. Finalmente oggi la faccenda si è conclusa, seppur crediamo che nessun risarcimento in denaro possa valere la sofferenza di veder calpestata con violenza la propria identità", spiega Arcigay Bari.

"La ragazza - continuano - ci ha chiesto di rendere pubblica la sua storia,affinchè anche altre persone della comunità LGBTQI possano prendere coraggio,denunciare e uscire da certe situazioni di sopruso. E noi, oltre a ringraziarla per l'immensa forza e per la bellissima persona che è, vogliamo esaudire questo suo desiderio".

Dopo aver deciso inizialmente di non rivelare la sua identità, Anita ha in seguito deciso di "metterci la faccia" perché, spiega lei stessa: «Da un paio di giorni in tantissimi stanno parlando di me e del mio caso. Fino ad ora è stato usato un nome di fantasia ma ciò che è accaduto, purtroppo, non è fantasia. È la realtà. Oggi ho deciso di espormi. Oggi non ho più paura».

La vicenda, raccontata con le parole di ArciGay-Bari

«Aurora (nome di fantasia usato dall'associazione per indicare Anita, ndr.) lavorava in una delle sale ricevimenti più conosciute della nostra provincia. Lavorava a nero come lavapiatti. Un giorno decide di recarsi a lavoro con un bellissimo smalto rosa. Non l'aveva nemmeno sfiorata il pensiero che a qualcuno potesse dare fastidio. Tutti sapevano chi lei fosse davvero,nonostante il suo percorso di transizione fosse appena cominciato. Tutti sapevano che a lei quel corpo le stava stretto come un vecchio jeans. Eppure da quel giorno Aurora ha cominciato a ricevere insulti,orribili commenti a bassa voce: "LA SALA DEI 'RICCHIONI' È DIVENTATA QUESTA". Aurora non voleva abbandonare quel lavoro. Le serviva, si diceva: "forse è normale che reagiscano così all'inizio, magari indosso i guanti per lavare i piatti così non da fastidio il mio smalto". No i guanti non bastavano: "QUANDO SEI ENTRATO QUI A LAVORARE ERI MASCHIO,QUI DENTRO DEVI ESSERE UN MASCHIO, FUORI FAI QUELLO CHE VUOI". Aurora incomincia a ribellarsi. Non comprende, non accetta "Io sono questa e voglio essere sempre quella che sono veramente!". Un bel giorno piovono spintoni. Viene cacciata dalla sala ricevimenti durante l'orario di lavoro, derisa da tutti i colleghi e le colleghe, anche da quelli che credeva amici. La guerra tra poveri. Stiamo zitti davanti a certe cose, così noi il posto di lavoro almeno non lo perdiamo. Aurora quell'ultimo giorno di lavoro viene accompagnata alla macchina a suon di insulti e spintoni. Va via in lacrime.

Il primo giorno che abbiamo accolto Aurora, attraverso i suoi occhi, abbiamo visto tutte quelle persone transessuali discriminate sui posti di lavoro o mai accolte. Abbiamo pensato alle risposte ricevute ("Cerchiamo Donne no uomini mancati"). Allora abbiamo deciso grazie anche alla forza di Aurora di andare avanti, di non mollare, di non fare finta di niente e di dare un esempio, affinchè nessuno si senta più solo/a.

Aurora è stata seguita dallo studio legale KAY LAW e in particolare dall'avvocata MariaTeresa Carvutto (Mate Carvutto), che ringraziamo immensamente per aver aiutato Aurora a prendersi una piccola rivincita in tutta questa storia e per aver sottolineato che anche quando qualcuno non può permetterselo o pensa che "tanto è così ,non si può fare nulla", ci sono uomini e donne di legge, pronti ad aiutare con tutta la loro professionalità e competenze. Tutti hanno il diritto di difendersi!

Non possiamo non chiudere questo post ricordando con tanto amaro in bocca le parole di chi dice che in questa regione non è necessaria una legge contro l'omobitransfobia. Questa è solo una delle tante storie che dimostrano il contrario! All'interno del DDL è prevista anche la promozione di politiche di inserimento e la parità di accesso al lavoro. Questo Disegno di Legge contro l'omobitransfobia fermo ormai da due anni in Regione Puglia, mai calendarizzato, deve essere approvato immediatamente, affinché storie di questo tipo non accadano mai più e oggi sono invece così frequenti anche perchè non vi è una chiara legge nazionale che tuteli realmente la comunità LGBTQI da tutte le vessazioni che è costretta quotidianamente a subire. Allora... in mancanza di una legislazione nazionale chiediamo che sia proprio la Puglia a dare l'esempio. Ad Aurora e a tutti e tutte quelle come lei, vogliamo dire: non siete soli. Siamo qui e lottiamo con voi. Sempre».

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I commenti degli utenti
  • Franco ha scritto il 03 giugno 2019 alle 13:10 :

    Il problema vero è che ora difficilmente potrà trovare un nuovo lavoro perché tutti temeranno le sue denunce alla prima frase sfuggita. Mi sa che in questa vicenda l'unica a guadagnarci qualcosa è l'Arcigay che cavalca questi episodi con fini autopromozionali e di bandiera. Rispondi a Franco

    Paolo ha scritto il 08 giugno 2019 alle 08:16 :

    naturalmente esiste sempre un retropensiero secondo cui l'associazione è il solito covo di gente poco raccomandabile che ci guadagna. Male non fare paura non avere. Perché dovresi essere denunciato se io ed i miei dipendenti si fa un complimento o una domanda inopportuni? Al massimo mi/ci risponde a tono. Ha il diritto di denunciare se la insulto, magari pubblicamente e la spingo a calci verso la macchina, mentre piange. Ma a Franco sembra normale subire, sennò poi il lavoro non lo trovi più. E col ragionamento di Franco non subiscono solo le persone come Anita, ma anche le persone come Franco stesso quando stanno sulle p...e al padrone perché la mattina s'è alzato. Padrone non titolare. Bisogna insegnare ai titolari a non essere padroni, che noi, tutti, non siamo schiavi. Rispondi a Paolo