Il libro

Spiritualità e politica, la lezione dei cattolici impegnati

Riflessioni sul volume di monsignor Savino dedicato a Moro, La Pira e Dossetti

Cultura
Bitonto giovedì 29 giugno 2017
di Marino Pagano
La copertina del libro
La copertina del libro © Edizioni Insieme

Il pensiero sociale cristiano e il conseguente cattolicesimo politico hanno avuto un ruolo, nell’ambito della speculazione ideologica del XX secolo, assolutamente centrale nel dibattito culturale e politologico italiano.

Lo ricorda a tutti un libro a firma di monsignor Francesco Savino (don Ciccio), ex rettore della Basilica Santi Medici e vescovo a Cassano all’Ionio, uomo in continua ricerca culturale e mente mai doma, sempre attiva nella dimensione dell’approfondimento.Uomo di parole ficcanti e invidiabili abilità retoriche, anche questo è noto.

Se c’era un qualcosa da colmare, nella sua biografia, era proprio la casella relativa alle pubblicazioni. Tanti i suoi studi, lo capisci quando lo ascolti, ma pochi ancora, in effetti, i libri dati alle stampe.

Da vescovo, oltre alle lettere pastorali e agli interventi che di volta in volta propone agli uomini e alle donne della sua diocesi, don Ciccio ha forse ora più opportunità per dar vita a studi e analisi.

Il libro ha per titolo “Spiritualità e politica. Aldo Moro, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti” e sottopone a fitta indagine tre indubbie grandi personalità del cattolicesimo politico italiano. Con prefazione del teologo Piero Coda e postfazione di Matteo Truffelli, presidente nazionale di Azione Cattolica, è edito per i tipi delle edizioni Insieme di Terlizzi.

Ecco, quando Savino ha pubblicato lo ha quasi sempre fatto con la casa editrice retta dall’ottimo Renato Brucoli, galantuomo dell’editoria pugliese.

Il cattolicesimo e l’impegno nella cosa pubblica, allora. Un tema antico, che tra XIX e XX secolo coinvolgerà anche l’Europa.

In Italia le figure e le organizzazioni agli albori sono tante, con ovvie differenze tra loro, soprattutto rispetto ai rapporti con il clero: si pensi al cattolicesimo sociale lombardo, a Giuseppe Toniolo, alle leghe bianche di Guido Miglioli, all’Opera dei Congressi, all’ineludibile Romolo Murri e alla sua storica Democrazia Cristiana.

Verrà poi la fase popolare di Luigi Sturzo e da qui il ritorno alla sigla della Dc nel dopoguerra (dopo il momento della guerra civile del 1943-45 che ha visto drammaticamente impegnati i cattolici), con l’eminente figura di Alcide De Gasperi a dominare il nuovo quadro.

Nel frattempo, coi celebri “professorini” (Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira e Giuseppe Lazzati su tutti), sul finire degli anni 40, durante il dibattito costituzionale, avanza la corrente della sinistra Dc, poi più nota come area dei cattolici “democratici” (frammentata all’interno), la cui storia trova pure radice, per molti versi, nei nomi citati a cavallo tra ottocento e novecento.

Sta di fatto che, con implicazioni anche nell’associazionismo laicale (il post Luigi Gedda in Azione Cattolica, con ispiratore Carlo Carretto e poi Vittorio Bachelet), il clima cattolico democratico (che poi voleva dire essenzialmente progressista) troverà in uomini come quelli al centro del volume di don Ciccio tre protagonisti di importanti stagioni politiche.

Se Aldo Moro è stato, con il toscano Fanfani e gli altri ricordati, tra i pionieri di questa corrente, e poi principale interprete diretto dell’incontro tra la Dc e il Psi prima e addirittura il Pci poi (almeno come tentativo), Giorgio La Pira appartiene ad una progenie foriera di incontro tra le due città di agostiniana simbologia: un approccio mistico e spirituale che cercò di unire le due dimensioni, tanto che si è soliti definire questi aspetti ancora come “cattolici integrali” o “integralisti” perché molto dovevano ad una visione totalizzante dell’impegno politico nella società, pur nel rispetto della laicità delle istituzioni.

Integralisti da tutti ben distinti dai “reazionari” alla Lombardi o Rotondi o allo stesso Gedda (cui seguiranno Cornelio Fabro, Romano Amerio, Augusto Del Noce, critici rigorosi dei postumi conciliari), senza ricordare che fu anche grazie allo sforzo, certo propagandistico, del “microfono di Dio”, su impulso di Pio XII, se nel 1948 l’Italia salvò la democrazia, quella democrazia poi aggettivata dai cattolici, appunto, “democratici” (né mancarono i cattolici prettamente comunisti, da Felice Balbo a Franco Rodano ad Adriano Ossicini).

Con Giuseppe Dossetti, invece, anche per gli sviluppi futuri alla stagione della Costituzione, siamo pienamente nella sinistra cattolica, area in cui si riconoscerà un Leopoldo Elia e poi un Romano Prodi.

Dossetti, infine, rappresenta la sintesi monacale (rilevante la sintonia d’afflati con il camaldolese Benedetto Calati) del progressismo sotto le spoglie di un contesto interpretativo del dettato costituzionale, e della lettera della stessa Costituzione, che poco consentiva a modifiche dell’impianto basico del testo.

Il taglio dello studio di don Ciccio non è solo concisamente volto a presentare un compendio generico sulle tre figure. Tutt’altro. Dei personaggi è approfondito il sistema familiare e culturale di provenienza e formazione, permettendo così un tratteggio di Moro, La Pira e Dossetti assolutamente non superficiale, pur se con un indicativo ritratto riassuntivo, figlio evidente dell’interpretazione dell’autore, presso la cui formazione, lo si intende bene, queste personalità hanno avuto un ruolo non secondario.

La politica, in effetti, durante tutti i vari ruoli ricoperti da don Ciccio durante i diversi decenni, è sempre stata al centro della sua esperienza. Un’esperienza che, in gioventù, non esitiamo a definire politica tout court (erano del resto anni caldi) e che poi lo ha sempre stimolato nella definizione delle giuste attribuzioni dei campi e dei rispettivi margini di azione e influenza da parte della Chiesa e del potere laico e civile.

La ricerca di questo delicato e difficile equilibrio di pesi e contrappesi tra le istituzioni non sempre ha attraversato strade in discesa. Anzi.

Del resto, don Ciccio più volte ha riconosciuto i limiti di quella che poteva essere avvertita come una sovraesposizione istituzionale del santuario durante i suoi anni, visti i suoi numerosi campi d'intervento. Ma lo ha sempre giustificato con il “fine” nobile e alto delle tante iniziative generate con la nascita della fondazione intitolata ai Santi Medici.

Come abbiamo altrove scritto, questo ha spesso comportato polemiche e risentimenti, momenti che a volte hanno lasciato ferito l’animo del sacerdote, probabilmente non capito da quella parte di città che, a sua volta, si sentiva lesa da un certo mal vissuto protagonismo.

Inoltre, il vescovo si è sempre nutrito di letture politiche. Non si contano le citazioni del pensiero personalista cattolico durante le sue omelie, così come di figure cui apertamente si è richiamato: da Pasolini a Gramsci fino al Berlinguer in dialogo con la cultura cattolica. Nomi chiari di una predilezione e inclinazione di continuo dialogo coi grandi nomi della sinistra italiana.

Una costante di pensiero che sarebbe disonesto non ricordare anche da parte nostra. Intellettuali e pensatori, allo stesso tempo, riletti e filtrati attraverso la dimensione cattolica, mai celata o minimamente messa in discussione, se non attraverso il suo classico sistema interrogativo del dubbio e della provocazione.

Un clima, tra l’altro, anche puramente bitontino, storico anche da noi. Siamo pur sempre la città di Giovanni Modugno, Domenico Saracino, Ottavio Leccese, sino ai coevi, pensiamo in particolare al docente e storico Enzo Robles, con don Ciccio in assiduo e animato dialogo durante gli anni.

Tornando al testo, gli elaborati del vescovo, rimaneggiamenti di alcune relazioni a tema, offrono davvero una lettura dei tre personaggi che sarà utile ai fini di una rivisitazione di queste esperienze, una lettura a sua volta erede dei molti testi consultati dall’autore (lo si evince dalle note o dai continui richiami ai più disparati volumi).

Né manca anche una componente di esplorazione storica e sociale delle individualità proposte, non eludendo, come nello stile di don Ciccio, i rami più intricati. Si vedano, ad esempio, gli spunti offerti sulla triste fine dello statista di Maglie. Tre profili, insomma, delineati con acume e denso senso d’osservazione. Avrebbero potuto esserne aggiunti degli altri, magari non di cattolici strettamente democratici (nel senso della corrente, va da sé).

Uno su tutti, quello relativo ad un sant’uomo di fede e responsabilità civica, assunta come dovere. Parliamo di Luigi Sturzo, citato all’inizio di queste nostre riflessioni, accantonato dalla Democrazia Cristiana (come già era accaduto a De Gasperi), profeta inascoltato delle future, puntualmente verificatesi, storture del sistema statalista, e poi addirittura clientelare, su cui si era costituito il centrosinistra, al di là dei propositi presenti nella mente di Moro.

Ma, ne siamo certi, al nostro vescovo non mancheranno altre future opportunità.

Il libro, che si avvale anche di un’introduzione a firma dell’autore, presenta un’appendice interessante. Si tratta dei messaggi pensati da don Ciccio in occasione delle più importanti feste cristiane per il popolo della diocesi di Cassano all’Ionio.

Dalla politica ai riti della fede, dunque, un chiaro invito alla speranza da parte del vescovo.

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