Da uno studio realizzato per la rivista scientifica Studi bitontini

La cappella Pannone, capolavoro d'arte funeraria nel cimitero di Bitonto

Impianto neoclassico e decorazioni interne in stile pompeiano ne fanno un monumento

Cultura
Bitonto sabato 21 novembre 2020
di Liliana Tangorra
La cappella Pannone nel cimitero di Bitonto
La cappella Pannone nel cimitero di Bitonto © Liliana Tangorra

Da qualche anno a questa parte molti studiosi, spinti da un nuovo approccio critico all’analisi della scultura ottocentesca e primo novecentesca, sono mossi dall’impulso di analizzare criticamente la produzione scultorea funeraria da Nord a Sud. I complessi cimiteriali, già dalla fine del XIX secolo, furono progettati secondo criteri urbanistici ben definiti. Molto spesso le architetture funerarie, ivi comprese, erano costruite in modo da permettere al visitatore di fare delle promenades tra giardini all’italiana, viali, vialetti; si trattava di veri e propri parchi ben curati e verdeggianti, in cui poter passeggiare abitualmente. Per questo motivo nel corso dell’Ottocento il cimitero divenne il luogo nel quale le famiglie nobili o benestanti potevano manifestare la propria fortezza, magnificenza e il proprio status sociale. Queste considerazione sono imputabili anche allo sviluppo urbanistico e architettonico del Monumentale di Bitonto.

Luigi Sylos ci dà testimonianza che l’architetto bitontino Luigi Castellucci fu il progettista dell’ampliamento del cimitero di Bitonto, che fu benedetto dal vescovo Nicola Marone nel corso di una solenne celebrazione alla presenza del clero secolare e regolare e delle confraternite, il 25 settembre 1842, ma solo nella seconda metà dell’Ottocento furono concessi, con maggior elargizione, lotti del suolo cimiteriale alle famiglie benestanti e alle confraternite.


LA CAPPELLA PANNONE

La famiglia Pannone si "dotò" di un luogo atto al riposo eterno già alla fine del XIX secolo. I discendenti dell’abbiente famiglia bitontina non conservano documenti che attestino la paternità del progetto della propria cappella e della relativa decorazione interna, anche se per anni sono stati propensi ad attribuirne la responsabilità a Luigi Castellucci, lo stesso architetto che nel 1845 aveva costruito il palazzo Pannone-Ferrara nella città di Bitonto, affacciato sull’attuale piazza Marconi. Ma questa ipotesi risulta poco plausibile, in quanto l’illustre architetto morì nel 1877, mentre la cappella fu costruita, come da datazione riportata sull’architrave dell’entrata principale, nel 1889. È riconoscibile, in ogni caso, l’impianto neoclassico della struttura caratterizzata da colonne doriche stilizzate, da un architrave con decorazioni a dentelli e da un bugnato liscio, elementi questi che fecero dell’arte di Castellucci – e ovviamente anche dei suoi allievi – il suo identificativo.


ALTRE EDICOLE FUNERARIE DI PREGIO

La cappella Pannone non è l’unico esempio di questa "stagione" decorativo architettonica di matrice funeraria. Il repertorio delle edicole funerarie neoclassiche nel cimitero di Bitonto comprende anche quella della confraternita di San Filippo Neri, progettata dell’ingegnere Giuseppe Masotino, allievo di Castellucci, con alti fornici tra pilastri angolari e copertura a cupola estradossata, sul modello del Pantheon di Roma.

Senza tradire, anzi, a confermare la tendenza eclettica imperante tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, nel camposanto bitontino troviamo tracce del neogotico (si veda l’edicola Cioffrese con archi a sesto acuto, pinnacoli e archetti pensili), echi del romanico toscano (interessante è l’edicola funeraria della confraternita di Sant’Isidoro con fasce bicrome che riprendono l’assetto cromatico del duomo di Pisa), capricci neo egizi (come la cappella Ventafridda concepita dell’ingegner Masotino).


LE DECORAZIONI INTERNE DELLA CAPPELLA PANNONE

Il rifacimento delle decorazioni interne della cappella Pannone si deve alla committenza di Domenico Pannone, unico figlio superstite della ricca famiglia bitontina, e alla maestria di Francesco Spinelli, come testimonia Domenico Ambruosi nel volume "Una visita al Campo Santo di Bitonto. Reminiscenze"’: «[…] quella cappella è stata quasi interamente rifatta splendidamente a nuovo, ampliata e riccamente adornata con marmi e pitture pregevolissime del prof. Francesco Spinelli». La figura del maestro bitontino Francesco Spinelli – ricordato non solo per la sua produzione, ma per essere stato il direttore, nonché il promotore delle prima Scuola di Disegno del Meridione d’Italia sita in Bitonto – è ancora poco battuta dalla critica. Studi sull’artista sono stati affrontati da Christine Farese Sperken negli anni Settanta del Novecento, ma da allora pochi sono stati i progressi nell’analisi dell’opera di questo rappresentante dell’Ottocento pugliese, quasi dimenticato.

L’intera decorazione della cappella è in quello stile che fu definito pompeiano, ispirato ai motivi propri del repertorio ornamentale di Pompei (le cui rovine iniziarono a essere progressivamente messe in luce dagli scavi archeologici a partire dalla metà del XVIII sec.) e che influenzarono profondamente l’estetica tra Settecento e Ottocento.

L’architettura pompeiana si alterna ad alcune scene dipinte da Francesco Spinelli, al tempo molto vicino alla famiglia Pannone. Nella cappella sono visibili due dipinti murali. Il primo, a sinistra, raffigura una Madonna in cielo con Bambino, i Santi Vincenzo Ferrer, Domenico e Gaetano, San Francesco e un’inedita coppia, ovvero San Giuseppe e probabilmente un’anziana Sant’Anna. I Santi Vincenzo, Domenico e Gaetano vengono rappresentati dallo Spinelli in quanto santi protettori dei capostipiti della famiglia Pannone, omonimi dei santi, secondo un piano iconografico sicuramente ben definito, mentre San Giuseppe, in primo piano rispetto al gruppo di santi sulla sinistra della Vergine, è rappresentato con la verga fiorita.

Di facile individuazione, nello stesso gruppo, risulta essere San Francesco, mentre la donna che affianca San Giuseppe, palesemente anziana, si potrebbe identificare nella madre della Vergine, Anna. Purtroppo i restauri del 1965, curati dai Fratelli Primo, hanno compromesso i colori e l’assetto formale finale.

Il dipinto murale realizzato, invece, a destra rispetto all’entrata della cappella, rappresenta una schiera di anime che aspirano alla beatitudine; queste sono sovrastate da un angelo che cosparge delle rose, attributo iconografico questo che nella tradizione cristiana è associato per l’appunto agli angeli della morte.

Sui peducci che immettono lo sguardo verso la volta centrale sono rappresentate delle quattro virtù teologali e cardinali Fede, Speranza, Prudenza e Giustizia. Tali virtù sono essenzialmente legate all’uomo e costituiscono i pilastri di una vita dedicata al bene, quindi simboleggiano la vita virtuosa ed esemplare dei componenti della famiglia Pannone.

La volta centrale simula l’apertura verso il cielo: un turbinio di nuvole convergono verso la colomba dello Spirito Santo, accompagnata dal Padre Celeste, da Gesù Cristo, dalla Vergine e da uno stuolo di santi, tra i quali sono riconoscibili San Lorenzo con la graticola, Sant’Agostino vestito da Vescovo con le Sacre Scritture, diversi ‘dottori della chiesa’, Sant’Antonio da Padova con il giglio in mano, San Francesco d’Assisi, Santa Caterina d’Alessandria associata alla ruota dentata, San Giovanni Battista che regge un bastone, santi martiri, domenicani e francescani, e una moltitudine di angeli.

Sullo sfondo della cappella è visibile un dipinto murale che la Sperken intitola Allegoria dell’oltretomba. Inframmezzato da un’apertura e da un’altra porta di ingresso che immette nel giardino annesso alla cappella, esso rappresenta una sorta di cammino viatico verso la vita eterna in cui personaggi vestiti con abiti contemporanei attraversano un paesaggio incontaminato puntellato da svettanti cipressi. Il cipresso simboleggia il lutto e la morte ed è pianta cara a Plutone. Il mito narra la storia del giovane Ciparasso che chiese agli déi di essere trasformato in albero – il cipresso appunto – dopo aver ucciso inavvertitamente un cervo dalle corna d’oro, suo compagno di giochi; è divenuto così il simbolo del dolore inconsolabile. Il citato dipinto murale custodiva una piccola tomba, rivestita da un coperchio in legno sul quale è inciso un putto con la torcia accesa rivolta verso il basso, come nell’iconografia originaria della morte riferibile a Thanatos. Probabilmente questo elemento contrassegnava la dipartita di un piccolo discendente della famiglia che fu sepolto in quell’angusto loculo. Ad avvalorare questa tesi si vedano, nonostante il deterioramento, i volti dimessi dei personaggi rappresentati sul lato sinistro dell’Allegoria dell’oltretomba.

La volontà di manifestare l’importanza della propria stirpe, in riferimento alla progenie, ha permesso alla famiglia Pannone di lasciare una testimonianza concreta della belle époque dei ‘giardini della memoria’ nell’Ottocento. Il contesto specifico analizzato a Bitonto, città di provincia, non fa che avvalorare questa teoria, che vede un artista come Francesco Spinelli – amico e collega di Michele De Napoli, Saverio Altamura, Francesco Netti – protagonista di un tempo in cui la grande ‘capitale’ del Meridione, Napoli, diede i natali a figure artistiche di valore, che dall’ambito provinciale si mobilitavano per nobilitare l’arte locale. L’artista bitontino divenne fautore non solo della ritrattistica nobiliare, ma maestro dell’ornamento di uno dei cimiteri più belli della Provincia di Bari, fino a oggi troppo poco indagato dagli studiosi e che merita un celere approfondimento.

(articolo tratto da uno studio realizzato per la rivista scientifica Studi bitontini numeri 103-104)


L'AUTRICE

Dottore di ricerca in Storia dell’arte comparata, civiltà e culture dei Paesi mediterranei e cultore della materia in Storia dell’Arte contemporanea all'Università degli Studi di Bari, Liliana Tangorra ha collaborato nel 2009 con la fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare per l’allestimento di alcune esposizioni.

Collabora con la Galleria di arte moderna e contemporanea Devanna e con la cooperativa Ulixes di Bitonto, è presidente della cooperativa Argo Puglia.

Ha pubblicato le monografie L'étrange époque des affiches. I manifesti come emblema della bellezza e preludio della Seconda guerra mondiale nella pittura francese e napoletana (1870-1939), edizioni Nuova Phromos (2015); I Giardini della memoria. Il cimitero Monumentale di Bari, Quorum edizioni (2016); Venghino, Signori! Storia dei teatri e analisi del patrimonio pubblicitario (1840-1940), Quorum edizioni (2018); Eterna Vanitas. Iconografia angelica nell'arte funeraria pugliese (1840-1980), Aracne editrice (2019).

Autrice di numerosi articoli su riviste nazionali e atti di convegno, ha curato importanti cataloghi e mostre.

È specializzata nello studio dell’arte performativa, teatrale e cimiteriale.






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