Giornate decisive

'Comunque vada, non smettere mai di amare il Bitonto'

Una riflessione sul momento delicato che tutta la società neroverde e la città stanno vivendo questa estate.

Calcio
Bitonto lunedì 07 settembre 2020
di Danilo Cappiello
Calciatori del Bitonto
Calciatori del Bitonto © Anna Verriello

Parliamoci chiaramente: quella che tutta la Bitonto calcistica sta vivendo in questi giorni è una delle pagine più tristi e più cruenti della propria storia.

Forse la più ingrata perché giunta proprio nell’anno del centenario.

Quello in cui tutto doveva essere una grande festa e doveva rendere tutti quanti orgogliosi di farne parte, a partire proprio da questa estate che doveva essere la più bella ed invece si sta rivelando come una delle più buie.

Perché è inutile prendersi in giro, una roba del genere, che tranquillamente può chiamarsi “schifo”, ad una città e ad una tifoseria come quella di Bitonto, non può che far male.

Fa male perché è una triste storia.

Una storia di eroi idolatrati che hanno scelto di passare dalla parte sbagliata.

Una storia che, seppur lascia apparire tutto così chiaro, sicuramente porta via con sé un confine tanto sottile, quanto immenso, che va a separare le bugie dalle verità.

Una storia di parole non dette.

Di vergogna, coraggio e redenzione.

Una storia di voci che affossano e di altre voci che invece provano a salvare.

Una storia che mette a nudo le debolezze dell’uomo al cospetto dei demoni della vita comune.

Vita comune, già…

Quella che questo sport tanto bello quanto a volte infame, sembra sfocare via dagli occhi dei numerosi protagonisti.

Perché si fa fatica a pensare che chi nella vita debba dirsi e sentirsi privilegiato, perché retribuito (e non certo con dei miseri spiccioli) per calciare un pallone, con tutte le annesse difficoltà che porta con sé e che comunque rappresenta una roba che non tutti possono fare, debba scegliere di mettere in atto una combine per guadagnare ulteriore denaro.

Quel maledetto denaro e quelle sue maledette radici che si posano nei più viscidi dei vizi.

Ma allora cosa dovrebbe dire l’operaio che alle cinque di mattina posa i propri occhi sulla giornata ancora acerba e con chissà quale forza interiore si mette addosso la tuta e se ne va a morire poco a poco in fabbrica?

Cosa dovrebbero dire i fornai, i carpentieri, i muratori, i piastrellisti, gli idraulici, gli elettricisti, gli operatori delle strade, delle ferrovie, degli aeroporti, gli autisti, gli ambulanti, gli uomini e le donne delle pulizie, i magazzinieri, i corrieri, i baristi, i camerieri e tutte le categorie lavorative di questo mondo che con una conta giornaliera dei danni fisici fra ernie, sciatalgie, lombalgie, artriti, contusioni e ferite, tirano avanti con uno stipendio base che talvolta basta a coprire si e no solo la metà del mese?

Perché sappiate, le categorie appena sopra citate, sono le stesse che la domenica sacrificano una parte del loro misero stipendio per pagare il biglietto e mettersi seduti sui gradoni di un qualsiasi stadio, facendo da accompagnatori ai propri figli, trasmettendo loro una passione stupenda e genuina, nonostante tutto, come quella per il calcio.

In parole povere: sono quelli che vi venerano e vi danno la possibilità di sentirvi giocatori!

Gli stessi a cui, con una schifosa combine - e scusate se mi ripeto-, avete fatto passare la voglia di credere ancora in questo sport e, peggio ancora, in questi colori qui.

Così viene quasi da pensare: ma davvero basta un accordo illecito per mettere fine ad una passione senza confini, come quella per la squadra della propria città?

Basta davvero questo per smettere di amare il Bitonto?

Per smettere di svegliarsi la domenica mattina ed avere come unico pensiero quello di non vedere l’ora di correre allo stadio?

Per avere già sistemati come un rituale religioso sulla scrivania, sciarpa, biglietto, bandiera e cappello?

Per ritrovarsi sempre con lo stesso sorriso e con la stessa passione al solito posto di ritrovo e poi partire tutti quanti assieme anche verso la più lunga delle trasferte?

Per fare la coda all’ingresso, azzardare pronostici, discutere di schemi, tattiche, avversari e classifiche?

Per sedersi sempre allo stesso posto da chissà quanti anni?

Per sentire ancora l’odore dell’erba che si eleva dal manto e viene spinto dal vento sulle tribune?

Per riempire l’aria della stessa ansia e delle rispettive scaramanzie?

Per ritrovarsi tutti assieme sugli stessi gradoni?

Per abbracciarsi intensamente anche fra sconosciuti dopo un goal?

Per sentirsi ovunque a casa?

Per controllare quasi maniacalmente il cronometro ogni secondo quando mancano pochi minuti alla fine, per poi lasciarsi andare nell’urlo più sfrenato di esultanza al fischio finale?

Per far festa tutti quanti assieme sotto qualsiasi settore con gli ultras a fare da direttori d’orchestra?

Per commentare l’epilogo della gara al rientro in macchina o al rientro a piedi verso casa o, per i più aficionados, ad un sospiro dal manto erboso che da anni, precisamente cento, consacra i vincitori ed i vinti?

Per raccontare della gara andata in scena qualche ora prima all’ora di cena a sera con amici e parenti, trasmettendo loro la stessa passione lo stesso pathos con i quali la si è vissuta?

Per addormentarsi la domenica sera con un solo pensiero in testa: quello di non voler altro se non che fosse già nuovamente domenica?

Per parlarne in settimana nei bar, nei negozi, nei supermercati e per le strade?

Insomma, per dare vita a quella meravigliosa storia d’amore qual è, come quella fra una persona comune ed il Bitonto?

Tutte ragioni o perché no, stili e ragioni di vita, per cui mi viene ancora una volta da pensare e da dirvi, cari tifosi, che qualsiasi cosa accada, più o meno vile che sia, non dovete smettere mai di amare il Bitonto.

Perché è proprio il vostro amore, dimostrato in diversi e meravigliosi modi, la linfa vitale che ha consentito, consente e consentirà a quel leone ormai centenario, di leccarsi ancora una volta le ferite, rimettersi in marcia nella foresta, salire sulla vetta più alta di un chissà quale monte e poi lasciar brillare ancora una volta di luce propria i suoi occhi, che non riflettono altro (e mai potrebbero fare diversamente) se non quei due colori lì: il nero e il verde.

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I commenti degli utenti
  • antonio siliberti ha scritto il 07 settembre 2020 alle 10:36 :

    Concordo! Rispondi a antonio siliberti

  • Sudland ha scritto il 07 settembre 2020 alle 09:11 :

    Forza Bitonto forza Leoni.....usciamo dal tunnel più tenebroso della nostra storia....giorni più belli ci aspettano!! Rispondi a Sudland

  • Diurno fabrizio ha scritto il 07 settembre 2020 alle 08:26 :

    Complimenti davvero per l'articolo purtroppo quando succedono ste cose sono sempre i tifosi da pagare le conseguenze ti faccio i complimenti da tifoso del Foggia Rispondi a Diurno fabrizio